La storia di Arese

Sul fondale del grande mare primordiale (8 milioni di anni fa) fra Alpi e Appennini vi era un protuberanza rocciosa che mantiene una certa prominenza nonostante l’intero bacino sia stato colmato di massi, ghiaie, sabbie e argille fino a dar vita a una pianura ricca di acque che si ricoprì di una fitta vegetazione. Su questo rilievo che spuntava da un terreno paludoso immerso nella foresta primigenia di querce e carpini, intorno al 500 a.C. una tribù insubre (una necropoli celtica è stata rinvenuta nella vicina Terrazzano) potrebbe avere trovato l’ambiente ideale per insediare un villaggio al quale ipoteticamente avrebbe dato il nome di Arés (terreno elevato). Sconfitti, ma non assoggettati da Roma nel 194 a.C. gli Insubri divennero cittadini dell’impero nel 49 a.C., mantenendo ampie autonomie.
Nell’Alto Medioevo (V – X sec. d.C.) il territorio comprendente Arese, bonificato – sacrificando le foreste – nel VI secolo dai «monaci neri» (Benedettini), si trovava lungo la strada commerciale e “della fede” che immette alla Svizzera e all’Europa centrale; questo dovrebbe aver comportato una sorta di importanza strategica per la località agevolandone anche la cristianizzazione. La guerra Gotico-Bizantina (VI sec.) portò certamente lutti e distruzioni nella campagna milanese, così come i lunghi periodi delle dominazioni di Longobardi (VI-VIII sec.) e Franchi (VIII – X sec.) dovettero favorire la ripresa delle attività, nuovamente compromesse dalle incursioni sanguinose degli Ungari (X sec.) che imposero la necessità anche per le località di campagna di cingersi di mura.
Le prime testimonianze storiche dell’esistenza di Arese (Arexio) sono della fine del XII secolo – in piena età comunale – e il primo documento (un atto di vendita di terreni) che ne parla diffusamente risale al 1188: leggendo tra le righe della pergamena ci appare un borgo già ben strutturato con un castello («castro de Arexio»), una chiesa dedicata a san Pietro, evidentemente case o capanne, strade che portavano alle località vicine, una miriade di piccoli poderi appartenenti a numerosi proprietari (quindi non un unico feudatario) di tutte le etnie succedutesi sul territorio e una comunità che poteva vantare diritto di proprietà collettiva su alcuni poderi.
La natura geologica del suolo lo rende “asciutto”, perciò scarsamente produttivo e soggetto ai danni da siccità ma, come per altre località lombarde sullo stesso parallelo, la vera ricchezza è nel sottosuolo: pochi metri sotto la superficie scorre l’acqua di falda che con l’ingegnoso sistema dei fontanili (le «fontane de Aresio» citate già nel 1346) può essere usata per l’irrigazione garantendo raccolti abbondanti e certi. Per parecchi secoli, a dispetto delle diverse case regnanti (il Sacro Romano Impero fino al XV secolo, i francesi fino al 1535, gli spagnoli fino 1714 e infine gli austriaci), nobili e monasteri milanesi si sono avvicendati – spesso contendendoseli – nella proprietà dei terreni e delle abitazioni dando vita a una comunità abbastanza prospera tutta raccolta attorno ai tre centri abitati (Arese, Valera e Torretta) costituiti da poche case, alcune “da nobile”, un paio di ville e la chiesa principale (dal 1600 dedicata anche a san Paolo) e alcune più piccole dette “oratori”.
Con la Campagna napoleonica (fine del XVIII secolo) i beni della chiesa e dei nobili furono espropriati e posti in vendita; nella proprietà del territorio subentrò una nuova borghesia per lo più digiuna dei problemi della terra e desiderosa di facili guadagni immediati. Complici anche altri fattori congiunturali (le guerre, l’importazione dall’America di grandi quantità di grano a basso prezzo ecc.) la popolazione, che nel frattempo stava aumentando di numero, si trovò presto nella più profonda miseria e cercò sbocco in altre attività che la nascente industria poteva offrire e nell’emigrazione; la crisi sfociò in gravi conflitti sociali sopiti forzosamente con la Grande Guerra (1915-’18) e ripresi ancora più aspramente nel dopoguerra fino all’avvento del fascismo (1925).
La politica autarchica del fascismo rivalutò per un breve periodo l’agricoltura (battaglia del grano) e anche Arese, che nel frattempo si era dato la struttura di un comune moderno (una nuova chiesa parrocchiale sulla vetta del primitivo rilievo 1882-1927, il palazzo municipale e le scuole elementari 1910, gli asili infantili di Valera 1910 e del capoluogo 1915, la denominazione delle strade 1914 e il discutibile – e discusso – stemma comunale 1926) ne trasse un effimero beneficio che venne completamente vanificato dalla nuova guerra (1940-’45).

Con la ricostruzione postbellica ormai si può ritenere concluso il lungo periodo a vocazione a-gricola di Arese. Il lavoro dei campi era troppo gravoso e poco remunerativo e rimase appannaggio degli anziani e di pochi irriducibili; quasi tutti i giovani cercavano impiego nell’industria o nel com-mercio e, appena potevano, sui campi ereditati dai genitori costruivano una villetta allontanandosi via via dai centri storici.

I campi incolti attirarono l’attenzione delle industrie milanesi in cerca di spazi e dal 1959 (Italcolloid, oggi Italmatch Chemicals) iniziò l’industrializzazione del paese che toccò il suo apice con il trasferimento a Valera dell’Alfa Romeo (1963) e, sull’intero territorio, del-l’indotto che ne conseguiva. Ai nuovi insediamenti industriali fece seguito una grande attività edili-zia e un ingente afflusso di nuovi abitanti (circa 2.100 nel 1900, 2.500 nel ’50, 3.000 nel ’60, 5.000 nel ’70, 15.000 nell’80 e 19.000 nel ’90, e nei due decenni successivi). È stato solo grazie alla lun-gimiranza (e all’autoritarismo) di Giancarlo Grandi, sindaco dal 1964 al 1975, se anche Arese non si è trasformata in una delle tante città-dormitorio alle porte di Milano ma nella città-giardino che oggi conosciamo. Dal 1985 infatti l’antico borgo agricolo è città per decreto ministeriale.
La crisi e il conseguente trasferimento altrove delle attività dell’Alfa Romeo (1995) e l’apertura di un mega centro commerciale (il più grande d’Europa) sull’area un tempo occupata dalla fabbrica (2016) sono gli ultimi atti, ancora non classificabili nella portata, di questa storia.